Digressione

Lettera a mia figlia che è diventata grande

È stata una giornata balorda questa.

Mi sono svegliata all’alba, quasi di soprassalto, come accade nei giorni importanti. E l’unico pensiero, l’unica immagine che occupava tutto lo spazio dentro di me eri tu. Tu che sei così lontana, dall’altra parte dell’oceano. E per la prima volta da quando sei partita mi sono sentita monca, zoppa e terribilmente incompleta.

Sono rimasta sotto le coperte, in uno strano dormiveglia, consapevole di non avere alcuna valida ragione per alzarmi così presto, eppure incapace (forse per la prima volta in vita mia) di godermi la placida pigrizia del sabato mattina.

Non era possibile rimanere lì come se fosse un giorno qualunque perché oggi non è un giorno qualunque.

Oggi compi diciotto anni.

Eppure non c’era nulla che io potessi fare per te. Non avevo festeggiamenti da organizzare, pacchetti da farti aprire, baci e abbracci da regalarti.

Sono rimasta lì sotto le coperte, cercando di trovare parole che potessero raccontare quello strano miscuglio di gioia e tristezza. Ma non le ho trovate. E ho finto con me stessa di dormire ancora un po’.

Poi ho cercato di tenermi sufficientemente occupata tutto il giorno. Ho preparato zaini e zainetti per le uscite scout dei tuoi fratelli (oggi c’è il San Giorgio e domani la Caccia di Primavera, ricordi?), sono andata alla riunione di catechismo per la Prima Comunione di Francesco e dopo ancora a vendere piante fiorite per la Croce Rossa, fino a sera.

Ma quel grumo di malinconia, incapace di tradursi in parole, è sempre venuto con me e con silenziosa discrezione, senza dare troppo nell’occhio, mi ha seguito ovunque.

Ho parlato con tanta gente per tutto il giorno e ho dato la mia sincera attenzione a tutti quelli con cui ho avuto a che fare (ho venduto pure un sacco di piantine!).

Ma era come se avessi inserito il pilota automatico, perché in realtà io sono sempre stata altrove.

Nella mia mente scorrevano ininterrottamente immagini, si rincorrevano ricordi, si mescolavano emozioni, E io stavo lì tranquilla a guardare, come se fosse l’esclusiva proiezione di un film che andava sullo schermo solo per me.

Io che tenevo in braccio un frugoletto rosa, di neppure tre chili, con il terrore che si rompesse da un momento all’altro.

Io che ti portavo in macchina per la prima volta, quando avevi poco più di dieci giorni, e dopo aver fatto il tragitto da via del Galletto a piazza Vittoria alla mirabolante velocità di trenta all’ora, sono scesa dall’auto sudata fradicia ed esausta, come se avessi corso la maratona di New York.

Il giorno della tua prima vaccinazione, a luglio inoltrato, quando mi misi a discutere con l’addetto del parcheggio perché doveva per forza trovarmi un posto all’ombra, essendo assolutamente da escludere che, al ritorno dopo aver fatto il vaccino, tu potessi esser caricata in una macchina rovente (per inciso: lo fece).

Tu che al parco giochi salivi sulla scaletta dello scivolo, ti fermavi in cima, guardavi giù e stavi lì ferma, creando dietro di te una coda di bambini frementi e furenti; poi ti voltavi, riscendevi dalla scaletta e scuotendo la testolina riccioluta dicevi: “No mamma, è toppo alto, io tonno giù”.

La scelta della prima divisa dell’asilo, con la cara suor Gemma Rosa che mi consigliava su taglie e colori: “Quella blu e rossa è certo la più bella, ma guardi anche quella gialla, com’è allegra. Quella verde no, in effetti, è un po’ cupa … E comunque meglio una taglia M perché, signora cara, vedrà come crescono in fretta”. E io lì tutta concentrata nell’ardua scelta di felpe e pantaloncini come se fosse il tuo corredo nuziale.

Il primo giorno di scuola con il grembiulino bianco dai bordi rosa e la cartella delle Winx e la maestra Erica che vi raccoglieva come una chioccia.

Il primo saggio di danza, in cui facevi la parte della margheritina addormentata e l’hai fatta così bene che ti sei quasi addormentata sul serio e mentre le altre già danzavano tu eri ancora lì a terra con la testolina tra le gambe.

La dura presa d’atto che, al mondo, esiste anche la matematica e – sì – dovevi per forza impararla anche tu.

La mattina della partenza per il tuo primo campo scout, quando volevo salire per aiutarti a vestirti e, invece, tu sei scesa tutta pronta e mi hai detto: “Non serve”. E io sono rimasta lì, un po’ attonita, a guardarti, chiedendomi quante altre cose di me, da lì in avanti, non ti sarebbero servite più.

La vigilia del tuo primo giorno di scuola media, quando nel prepararti i vestiti mi ritrovai, non so come, a piangere di nascosto, con la terribile sensazione che ormai … ti avevo perduta.

Io e te in macchina a ripetere “Il cinque maggio”, andando dal dentista. Tu a piangere perché non ce l’avresti fatta mai e io a dirti che “chi molla è perduto” (e, a ripensarci ora, credo che tu quella lezione davvero non l’abbia dimenticata più).

Io e te a districarsi tra le declinazioni del tedesco, il suono dell’Umlaut (perché non si dice “fur” ma “für”!) e, poi, il divenire di Eraclito e l’iperuranio di Platone.

Io e te … lungo diciotto anni di vita, passati un po’ a ridere, un po’ a piangere, un po’ a litigare, ma sempre in piedi, come due indomiti soldatini apparentemente fragili, sicuramente confusionari e poco inclini all’organizzazione, eppure straordinariamente resistenti.

Ecco, questo è il film che ho guardato per tutto il giorno, in silenzio e senza che il mondo se ne accorgesse.

E solo ora che, finalmente, tutti sono andati a dormire io sono riuscita a trovare le parole per raccontartelo.

Perché io, a dispetto delle apparenze, sono così: riesco a far fluire le emozioni solo scrivendo, dopo esser rimasta a lungo da sola e in silenzio.

Il silenzio e la solitudine mi sono essenziali, come l’acqua e l’aria, perché solo così riesco a metter ordine nei pensieri, senza ragionarci su, ma semplicemente lasciandoli scorrere e guardandoli nella loro essenza, esattamente così come si presentano.

Probabilmente, a questo punto, potresti aspettarti che, a chiusura di queste sconnesse riflessioni sui tuoi diciotto anni, io debba darti qualche saggio e lungimirante consiglio di vita, qualche profonda verità su come districarsi nel mondo degli adulti.

Ebbene, ti deluderò.

Non ti elargirò consigli e verità, né ti svelerò segreti per il semplice motivo che, io per prima, non ne ho e ancor oggi, ho più dubbi certezze.

Per carità, un’idea me la sono pur fatta in cinquantun anni di transito in questo mondo.

Ma mi sento ancora in cammino, come un’eterna tirocinante lungo il precorso della Vita.

Ho ancora molto da imparare e, forse, il segreto sta proprio qui: la Vita non ha traguardi fissi e inespugnabili e non si arriva mai al giorno del ‘diploma’, ma è un percorso a tappe, sempre soggette a revisione e modifica. E’ un continuo cammino lungo sentieri spesso tortuosi e assai diversi da quelli che avevamo pensato noi. E la sfida è percorrerli comunque. A volte ridendo, a volte imprecando, a volte con paura, a volte con rabbia, ma sempre un passo dopo l’altro, senza arrendersi mai. Senza mai cedere all’illusione di essere arrivati.

La Vita non è fatta per essere compresa, spiegata, sezionata ed esaminata. Non è uno sterile esercizio di ragione e volontà.

La Vita è fatta per essere semplicemente vissuta, così come viene, così come si presenta anche se non è quella che ti aspettavi tu, ma con la consapevolezza – e questa sì è una delle poche certezze che ho – che tutto ha il suo senso, che tutto volge verso un fine che va oltre noi, anche se, il più delle volte, a noi sfugge.

Nulla – proprio nulla – avviene per caso. E tutto – proprio tutto – volge comunque al tuo bene, anche quando a te non sembra, anche quando tutto sembra crollarti addosso, anche quando tutto sembra privo di senso.

Ecco, questa è forse l’unica lezione che, nei miei cinquantun anni, ho appreso ed è l’unica che mi sento di darti con la serena convinzione che sia veritiera.

Non credere mai a chi vuol farti credere che sei solo corpo ed intelletto. Tu sei molto di più. Tu hai molto di più. Hai dentro di te una scintilla di Eterna Saggezza che saprà sempre condurti là dove è meglio per te. E lo farà, sia che tu la assecondi o che le opponga resistenza. Solo, in questo caso, ti farà fare più fatica.

Ma ti porterà esattamente là dove tu devi arrivare, stanne certa.

Dove? Questo non lo so io e non lo sa nessuno ed è per questo che credo che ogni consiglio di vita sarebbe solo un esercizio di imperdonabile e sciocca presunzione. Ed è ancor per questo che ti suggerisco di diffidare da ogni guru, da ogni rivenditore di segreti e di sogni che tu possa incontrare.

Nessuno potrà rispondere alle domande al posto tuo. Nessuno potrà darti soluzioni preconfezionate, nessuno avrà il potere magico di indicarti la strada infallibile e giusta per ogni occasione e nessuno potrà preservarti dallo sbagliare.

Tutti sbagliamo prima o poi. Lo farai anche tu. E anche tu, come tutti, dovrai imparare a perdonare gli altri e te stessa, perché la sola perfezione umanamente raggiungibile è quella di chi accetta la propria imperfezione.

Tutto quel che devi fare è vivere intensamente ogni attimo, bello o brutto che sia. Ed ascoltare, con spietata e lucida onestà, quella voce dentro di te che sempre saprà come e dove condurti.

Ma, vedi, quella voce non urla e non declama. Semplicemente sussurra.

Sta a te affinare l’udito e imparare a far tacere lo strepito del mondo che ti strattona e ti confonde e ti fa credere che esista un traguardo, una vittoria con un trofeo e che il tuo successo si misuri in ‘avere’ invece che in ‘essere’.

Sta a te, solo a te piccola mia, imparare a coltivare il tuo silenzio e scoprire chi sei davvero.

Ecco, ho finito.

Qui ormai sono le tre di notte passate. Ma da te è ancora il giorno del tuo compleanno e, quindi, sono ancora in tempo (sempre all’ultimo, ma pur sempre in tempo).

Tanti auguri chicca mia e benvenuta nel modo dei ‘grandi’!

La tua mamma.

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Fare la mamma: un lavoro … da niente (brevi note a margine delle infelici campagne della Ministra Lorenzin)

Lasciatemi spendere due parole a margine delle improbabili campagne pro fertilità della Ministra Lorenzin e dell’hastag #vorreimanonparto lanciato da La Stampa (nell’intento di raccogliere tutte le possibili obiezioni alle infelici iniziative della stessa Ministra, forse sperando che, prima o poi la smetterà).

Io sono una, invece, che è partita lungo la strada accidentata della maternità non una, non due, bensì tre volte, facendo una libera professione e con un marito spesso assente per lavoro.

E, così, oggi ho tre figli che sono il mio più grande traguardo (quello che ha il potere di riportare sempre in attivo il bilancio della mia vita).

Ma ho pagato e pago ancor oggi un prezzo altissimo.

Lo pago senza recriminazioni, né rimpianti. Ma ciò non toglie che costi una fatica enorme.

E non parlo delle ore di sonno perdute, delle occasioni di lavoro lasciate, delle cifre mirabolanti spese in asili e baby-sitter, della vita sociale ridotta allo zero assoluto. Questo è niente. Questo lo puoi anche accettare (anzi: lo devi accettare), consapevole che ogni scelta richiede delle rinunce e che la scelta che hai fatto vale di più.

No, no. Il vero prezzo è un altro.

È l’invisibilità della tua fatica, della tua stanchezza, delle tue rinunce.

È la mancanza di ogni considerazione per il lavoro che, come madre, fai ogni giorno e che non è sempre esaltante, ma il più delle volte snervante.

Consoli piagnistei, argini capricci, medichi sbucciature e curi malesseri di origine oscura (“ho mal di pancia, ma non proprio alla pancia … un po’ anche all’orecchio”).

Cerchi di essere presente a scuola, alle festine dei compagni, al catechismo, agli scout e alle altre attività sportivo-ludico-ricreative (che ricreano tutto tranne il tuo spirito). Pulisci lì dove hai appena pulito perché qualcuno non si è accorto di avere le scarpe coperte di fango. Combatti contro eserciti di pidocchi che puntualmente si affezionano alle teste dei tuoi figli. Ripeti allo sfinimento tabelline, verbi, poesie, regole di grammatica, matematica, geometria. Continua a leggere

Avvocati: davvero dei pessimi soggetti. Ma …

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Che gli avvocati non godano di grande stima sociale è un dato di fatto, oggettivo e palpabile (in parte forse giustificato, in parte no).

Ma, allora, mi chiedo e vi chiedo, cari e gentili clienti, perché continuate a pretendere (proprio: pretendere!) che sosteniamo cause per voi? Perché quando vi parlo della possibilità di ricorrere alla mediazione, alla negoziazione assistita o a una banalissima transazione (ovvero: tutte soluzioni poco costose e rapide per chiudere la questione cedendo su qualcosa), perché quando vi parlo di tutto questo, mi guardate – con uno sguardo che oscilla fra il compatimento e la stizza – come per dire: “Questa non ha le palle di battersi per me”?

Avete ragione, non ho palle.

Non ho palle di avventurarmi in anni e anni di cause, udienze, documenti, memorie, prove, sentenze, appelli. Il tutto con il sottofondo delle vostre continue lamentele, perché la causa dura tanto e la controparte è disonesta e il giudice non vi ascolta e non vi capisce (infatti – fatevene una ragione – il giudice non è uno psicologo, ascolta ma poi decide come meglio crede, senza chiedersi se questo vi farà dispiacere oppure no ed io non ho il potere di ipnotizzarlo per fargli scrivere quel che piacerebbe a voi).

Sì, non ho palle per tutto questo, avete ragione.

E sapete una cosa? Penso che questo – proprio questo – faccia di me un ottimo avvocato, molto più di tutte le nozioni che so a memoria, più delle tesi giuridiche ardite che posso sostenere, più della mia capacità affabulatoria.

Sono un ottimo avvocato perché il primo obiettivo che mi pongo è di tenervi il più lontano possibile dalle aule di giustizia e di farvi uscire al più presto dal mio studio. Perchè questo, e solo questo, è il vostro primario interesse, che voi ci crediate o no.

Sono un ottimo avvocato perché non vi dirò mai che “abbiamo la vittoria in tasca”. E chi ve lo dice, millanta, perché – ve lo assicuro – in più di vent’anni di onorata professione, non ho mai – sottolineo mai – incontrato un cliente che avesse incondizionatamente ragione, in tutto e per tutto. E quand’anche lo incontrassi, non potrei in alcun modo garantire che il giudice (che ha una testa sua propria) la penserebbe allo stesso modo.

Ho visto cause che parevano vinte, poi perse rovinosamente. E viceversa. L’esito di un giudizio è quanto di più aleatorio si possa immaginare, perché il diritto non è una scienza esatta (anzi: tecnicamente non è neppure una scienza) e perché la giustizia è in mano ad essere umani, con le loro variegate interpretazioni (ed i loro limiti: diciamolo …). E, soprattutto, perché, in questo Paese, la Giustizia è in agonia, affetta da una malattia progressiva e mortale: la ferma volontà del Legislatore di non farla funzionare.

Ma quando ve lo dico, voi non mi credete. Voi volete litigare, volete fare causa, volete vedere le vostre ragioni consacrate in una sentenza che dica, nero su bianco, che voi, e solo voi, avete ragione in tutto e per tutto. E quando questo non succede (perché non succede quasi mai) allora … è colpa dell’avvocato (e, magari, pensate pure di fargli causa. Un’altra …).

E, infine, quando – dopo anni di questo strazio – vi presento la parcella, strabuzzate gli occhi e dite, candidi: “Ma come, avvocato? Così tanto?”. E, assai spesso, neppure la pagate. Dimenticando che, all’inizio dell’incubo, prima di avventurarci nell’oscuro budello della giustizia italiana, io vi avevo avvertito (e fatto pure il preventivo).

E tutto questo sarebbe onesto e coerente, secondo voi?

Quindi: gli avvocati saranno pure dei pessimi soggetti. Ma, cari clienti, neppure voi state messi tanto bene …

Medjugorje: vero o falso, in fondo, poco importa

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Sono stata a Medjugorje più di una volta e sono tornata sempre con una rivoluzione nell’anima.

Eppure, paradossalmente, sono d’accordo con il Papa, quando dice che una certa Medjugorje non rappresenta la vera identità cristiana  (questo il link per chi volesse leggere l’intero articolo pubblicato sul Corriere della Sera).

La Madonna e tutto ciò che Ella rappresenta non è un’invenzione di Medjugorje, è una realtà della nostra Fede (per chi vuol crederci), che esisteva prima ed esisterà anche dopo Medjugorje. A prescindere.

E a Medjugorje nulla di nuovo è stato detto, rispetto a quello che già era verità di Fede.

Medjugorje può essere un’occasione per riscoprirla, per riscoprire un sacco di cose, per interrogarsi con spietata sincerità, lasciandosi trasportare da quell’atmosfera particolarissima e difficile da raccontare che lì si respira.

Ma se vai a Medjugorje sperando solo di avere qualche esperienza ‘soprannaturale’ (come alcuni ‘pellegrini’ che insistentemente fotografano il sole nell’assoluta convinzione che si stia muovendo, mentre – lo assicuro – io l’ho sempre visto fermo al suo posto, come una Guardia Svizzera), allora è meglio che tu non parta neppure.

E se torni da lì e pensi solo a leggere il prossimo ‘messaggio’ o la prossima intervista ai veggenti per sapere dei famosi ‘segreti’ e non ti viene voglia, invece, di aprire un po’ di più il Vangelo (e magari provare a metterlo in pratica), se non ti resta attaccata al cuore la voglia di pregare, di abbandonarti, o quanto meno, di continuare a cercare, allora sei stato a Medjugorje invano.

E non hai trovato nulla. Solo un vacuo sensazionalismo, o al più, un’emozione fugace, che nulla hanno a che vedere con la vera Fede.

Perciò, se anche il Papa dovesse decidere e sancire che è tutto un abile falso, poco cambierebbe per me (anzi, per certi aspetti, ne sarei pure sollevata).

Perché quel che ho portato a casa da Medjugorje non sono le parole dei veggenti (il cui incontro, per inciso, è stata – almeno per me – una delle cose meno toccanti di quei pellegrinaggi), ma il senso di una Fede che avevo un po’ smarrito, che lì ho riscoperto, ma che esiste a prescindere.

E così, anche se lì non fosse accaduto nulla di quel che i veggenti raccontano, poco importa.

Vorrà dire che la Divina Provvidenza avrà saputo sfruttare anche l’imbroglio a proprio vantaggio, riuscendo, comunque, a toccare e segnare, in modo indelebile, il cuore di molti. Me compresa.

In fondo, si sa, le vie del Signore sono infinite …

 

Processo Ruby: una domanda sorge spontanea …

E così il famoso ‘Processo Ruby’ si è chiuso con la definitiva assoluzione di Berlusconi. Il quale – dimentico degli insulti che, per oltre vent’anni, ha dispensato a tutta la categoria – ora ringrazia, commosso, i magistrati, di cui loda la prova di coraggio e di indipendenza (come dire: la giustizia funziona e la legge è giusta quando gli dà ragione).

Ma questo, passi.

Vediamo, però, di fare un po’ di chiarezza – semplificando al massimo – sulla reale portata di questa sentenza.

Due erano i capi di imputazione contestati a Berlusconi: concussione (per aver fatto pressioni sulla Questura di Milano per ottenere il rilascio della signorina) e sfruttamento di prostituzione minorile (posto che la stessa signorina, all’epoca dei fatti, aveva meno di diciotto anni).

Da queste accuse Berlusconi è stato assolto per due ragioni.

Primo: perché, poco prima della sentenza di primo grado, la norma che punisce il delitto di concussione era stata modificata in corsa dalla c.d. Legge Severino (ma guarda un po’ che provvida coincidenza!) ed, in base alla norma così riformata, le sue ‘pressioni’ per far rilasciare la nota signorina non erano più sufficienti ad integrare la condotta del reato in questione. Se la norma fosse rimasta tal qual era in precedenza la soluzione sarebbe stata diversa.

Secondo: perché, nel corso del processo, non si è raggiunta la prova che Berlusconi fosse a conoscenza che la signorina con cui si è, diciamo, carnalmente intrattenuto, fosse minore di età. Si noti la sottigliezza: la sentenza non dice che Berlusconi sia stato ingannato sull’età della signorina o che, comunque, fosse convinto, per qualche buona ragione, di avere a che fare con una maggiorenne; dice, invece e semplicemente, che non è dimostrato che lui conoscesse la sua vera età. Come dire: forse lo sapeva, forse no, ma nel dubbio va assolto.

Ora, a prescindere dall’inconsueto tempismo dimostrato dal nostro Legislatore nella vicenda in oggetto; a prescindere pure dal fatto che è stato solo grazie a questo tempismo che si è potuti giungere all’assoluzione per il reato di concussione; a prescindere da tutto questo, resta una domanda a cui nessun tribunale potrà mai dare risposta: ma si può lasciare l’Italia in mano ad un ottantenne che non è neppure in grado di rendersi conto che sta andando a letto con una minorenne? Oppure (peggio): che neppure si pone la domanda?

A noi l’ardua sentenza.

La Lectio Magistralis del pidocchio

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Ogni anno è la stessa storia. Poco dopo l’inizio della scuola – immancabili e puntuali come una festa comandata – arrivano loro: i pidocchi.

E così, periodicamente – assieme ai compiti per casa e ai voti delle interrogazioni – trovi in cartella l’avviso della maestra: “Si comunica che nella scuola frequentata da Vostro figlio si sono verificati dei casi di pediculosi. Si prega di verificare attentamente il capo del bambino e, nel caso vengano rivenuti parassiti o lendini, di effettuare tutti i trattamenti necessari”. E, ogni anno, è sempre peggio: i comunicati si susseguono praticamente senza soluzione di continuità.

Al che ti prende un misto di agitazione e di sconforto al pensiero che forse dovrai iniziare, per l’ennesima volta, una battaglia tanto faticosa quanto inutile e, in cuor tuo, speri che quelle amene bestiole abbiano disdegnato la testa di tuo figlio, accontentandosi di quella di qualcun altro.

Ma la speranza va verificata e così, inforchi gli occhiali, agguanti la testa del figliolo per posizionarla sotto la luce più forte che hai in casa, prendi pure la lente d’ingrandimento e guardi, guardi, guardi. Ciocca per ciocca, ciuffo per ciuffo, sotto la nuca, dietro le orecchie, sulle radici, sulle punte. Niente, non ti pare di vedere proprio niente. Per non lasciare nulla di intentato fai anche uno shampoo preventivo (che, per inciso, non previene alcunché). E poi ti concedi un sospiro di sollievo, pensando che stavolta l’hai scampata.

Illusa!

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Quella strisciolina rosa che mi ha cambiato la vita

Oggi, sedici anni fa, scoprivo che sarei diventata mamma.

Nonostante fossi sposata già da due anni, non me l’aspettavo, era la cosa più lontana dai miei progetti che si potesse immaginare. Avevo grandi idee e un piano abbastanza preciso di quel che volevo. E un figlio non rientrava in quel programma, almeno per un po’. Volevo fare il magistrato, avevo lasciato il mio lavoro di avvocato per dedicarmi solo allo studio: il concorso esterno in associazione mafiosa era, per l’esattezza, l’argomento di quel giorno.

Un paio di mesi prima il ginecologo mi aveva detto che avrei avuto qualche difficoltà a restare incinta per via di qualche capriccio ormonale. Avevo pianto per un giorno intero, poi mi ero detta “Ma lo voglio un figlio ora? No. Dunque ci penserò quando arriverà il momento”. Questione archiviata.

Così quel giorno feci il test di gravidanza quasi per scherzo, solo per prevenire quello che di certo il ginecologo mi avrebbe detto di fare se lo avessi chiamato.

Era ora di pranzo. Avevo messo sul fuoco una pentola d’acqua per farmi una pastasciutta e, per ingannare l’attesa, decisi di fare il test (che, per la verità, avevo comprato la mattina, ma che avevo lasciato giacere in borsa, perché prima volevo finire di studiare). Continua a leggere

Le doti sovrannaturali del Governo Renzi

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Forse ho sottovalutato il Presidente del Consiglio Renzi e la sua squadra di governo.

Confesso di nutrire un’invincibile (oserei dire: istintiva) diffidenza verso il Premier e la maggior parte dei suoi Ministri, che francamente mi paiono più impegnati a recitare una parte (quella dei ‘giovani rinnovatori’) piuttosto che a fare davvero qualcosa di efficace (il che, a dispetto dei loro sforzi, li rende dei politici di vecchissima fattura).

Sarà stato quel ‘Stai sereno …’ che fu preludio di un’imboscata degna di Caino (o di Bruto, se preferite).

Sarà la disinvoltura con cui Renzi è arrivato al patto ambiguo e opaco con Berlusconi, di cui tutti sanno che c’è ma nessuno sa – o vuole – eplicitare il contenuto (il che lascia spazio alle peggiori e più avvilenti congetture).

Sarà che non mi piace il cipiglio con cui il Ministro Boschi porta avanti, lancia in resta, una riforma costituzionale che mi pare, quanto meno, frettolosa e poco meditata (ma certo molto, molto mediatica).

Sarà che questo Governo sembra disposto (o, perlomeno, non è del tutto contrario) a far passare una legge elettorale che mi priva, ancora una volta, del diritto di scegliere le persone che mi dovranno rappresentare e, dunque, mi fa pensare che, ancora una volta, la classe politica voglia darmi solo l’illusione di votare, mantenendo per sé, in realtà, l’arbitrio di decidere a seconda dei suoi personalissimi interessi (che mai coincidono con i miei).

Sarà, soprattutto, che ormai sono così abituata all’incompetenza, alla furberia, all’arroganza ed allo strapotere, che faccio fatica a riporre ancora fiducia in qualcuno che si aggiri nei palazzi della politica.

Ma debbo ammettere che, a dispetto di tutto quanto sopra, il Premier Renzi e alcuni del suoi Ministri sembrano avere doti che io non sospettavo e che stupiscono.

In particolare: paiono avere il dono (perché senz’altro di dono divino deve trattarsi) di essere in costante contatto telepatico con tutto il corpo elettorale (che, per inciso, mai li ha votati) così da sapere sempre esattamente cosa provano, pensano e vogliono i cittadini italiani. Tutti.

Solo così può spiegarsi la perentorietà con cui, qualche giorno fa, il rampante Ministro Boschi – replicando ad un giornalista  che (incauto!) le chiedeva quanti nemici avesse la riforma del Senato – ha risposto senza la minima esitazione: «L’importante è che non ne abbia tra i cittadini. E infatti non ne ha». Punto.

Ora, considerato che non mi risulta che sulla questione si siano svolte consultazioni referendarie o di altro tipo, non posso che concludere che il Ministro – per far sfoggio di tale granitica sicurezza -debba per forza avere canali informativi sovrannaturali ed infallibili (a meno di non voler pensare che millanta un consenso popolare che sa di non avere: ma non ci voglio credere).

Canali informativi che, all’evidenza, condivide con il Premier, il quale, a sua volta e per non esser da meno, l’altro ieri ha fatto sapere a Confcommercio che «Per chi dice che gli 80 euro non servono a niente, io penso che 11 milioni di italiani la pensano in modo diverso»[*]. Anche qui, data l’assenza di fonti note (e ‘umane’) da cui il Premier possa aver tratto tale convinzione, non resta che pensare all’intervento del soprannaturale.

A quanto pare, loro sanno. Sanno tutto senza bisogno di chiederlo a chicchessia. E sono sereni del loro buon operato.

E, dunque, stiamo sereni anche noi, sapendoci nelle mani di governanti dotati di tanta miracolosa lungimiranza ed onniscienza.

Sereni. Esattamente come doveva esserlo Letta …

P.S.: vorrei, tuttavia, far notare al Ministro Boschi che le sue fonti (di qualunque natura siano) sono lievemente imprecise, perché almeno una cittadina dissenziente c’è: io. Quanto al bonus di 80 euro, non sono tra i fortunati percettori di tanta grazia e dunque non posso esprimermi. Mi limito ad osservare, però, che oggi è giunta notizia di una contrazione del Pil dello 0,2%. Ognuno valuti da sé.

[*] Tengo a precisare che la sintassi sconnessa della citazione non mi è attribuibile: ho trascritto la frase così come riportata sul Corriere della Sera. Ma, certo, sarà un errore del giornalista, non del Premier che – si sa – con le lingue si destreggia in modo egregio.

La parità va bene, purché sia a costo zero!

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Mamme italiane tutte, rallegratevi!

Ma come di cosa? Lunedì scorso è finalmente arrivato alla Camera il disegno di legge, approvato una decina di giorni fa dalla Commissione Giustizia di Montecitorio, che prevede la possibilità di attribuire ai figli, in via esclusiva, il solo cognome materno.

Il meccanismo, in effetti, è un po’ contorto e dovrebbe funzionare più o meno così: alla nascita i genitori possono decidere quale cognome attribuire alla creatura, se quello paterno oppure materno o tutti e due (in questo caso in rigoroso ordine alfabetico); in mancanza di scelta, l’ufficiale di stato civile attribuisce al figlio, d’imperio, i cognomi di entrambi i genitori (sempre in ordine alfabetico); al raggiungimento della maggiore età, comunque, lo stesso figlio può liberamente scegliere quale cognome assumere (e, dunque, potrebbe mantenere o adottare anche solo quello materno). Nel caso abbia mantenuto entrambi i cognomi, però, potrà trasmetterne ai propri figli uno solo, a sua scelta (scelta dolorosa ma necessaria, perché, diversamente, nel giro di tre generazioni, la maestra impiegherebbe tutta la giornata scolastica solo per fare l’appello).

Ho qualche perplessità sulle aberrazioni burocratiche che questo sistema potrà generare (già ora che manteniamo un solo cognome per tutta la vita, ci ritroviamo in situazioni kafkiane ogni volta che perdiamo i documenti. Non oso immaginare cosa accadrà quando qualche figlio emancipato deciderà, sul più bello, di cambiarselo il cognome. Per non parlare delle tragedie familiari che si scateneranno al momento della scelta: “Ah, così hai deciso di tenere solo il cognome di tuo padre / tua madre? E io chi sono, scusa?”).

Ho pure qualche perplessità sui tempi che saranno necessari perché questo disegno di legge diventi legge vera e propria: si sa, i passaggi da un ramo all’altro del Parlamento sono spesso travagliati come dei parti podalici (senza epidurale) e, più di qualche volta, regalano finali a sorpresa. E, poi, comunque, si dovrà aspettare il regolamento di attuazione. E qui ci vorrà la pazienza di Giobbe, perché i regolamenti attuativi in Italia – qualsiasi cosa si tratti di attuare – sono notoriamente molto, molto lenti a vedere la luce. D’altronde, è comprensibile: a fare una legge siamo capaci tutti. Il vero problema (almeno in questo Paese) è capire come accidenti metterla in pratica.

Ma, scetticismo (e tempi tecnici) a parte, non siete grate ed orgogliose di questo traguardo? Non vi sentite, finalmente, più considerate, apprezzate e riconosciute nel vostro ruolo di donne e di madri?

Guardate che l’Onorevole Donatella Ferrante (presidente della Commissione Giustizia della Camera che ha steso il disegno di legge) è molto fiera di questo risultato ed ha trionfalmente dichiarato: «L’obbligo del cognome paterno è il simbolo di un retaggio patriarcale fuori dal tempo». Retaggio che ora, secondo questa donna illuminata, è caduto per sempre. Peccato che l’Onorevole non ricordi che questo grande atto di civiltà è stato frutto solo ed esclusivamente dell’ennesima pedata nel sedere che l’Italia ha preso dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo con una sentenza che, oltretutto, risale ormai a qualche anno fa (un po’, insomma, come se uno studente decisamente somaro si vantasse di aver finalmente preso la licenza media, dopo una serie inenarrabile di bocciature).

Ma – ribadisco – non sottilizziamo.

E, allora, com’è che vi vedo tutte così indifferenti? Com’è che, anche oggi in spiaggia, vi ho sentito parlare sempre delle stesse cose: i figli che vi fanno disperare, i mariti che latitano inesorabili, le bollette da pagare, la colf che vi ha piantato su due piedi?

Com’è, insomma, che nessuna, ma proprio nessuna, ha avuto un moto di gioia, di soddisfazione, di orgoglio materno?

Perché le vostre priorità sono ben altre, dite?

Perché, più che una legge che vi consenta di dare il vostro cognome ai figli, ne avreste preferito una che vi consentisse di mantenerli questi figli?

Vorreste più asili nido, magari a prezzi abbordabili e non che vi costino più del vostro intero stipendio?

Vorreste più tutele e più dignità sul posto di lavoro, senza correre il rischio, ogni volta che vi assentate per maternità, di ritrovare, al ritorno, la scrivania nello scantinato?

Vorreste più sostegno al reddito delle famiglie, un aiuto per sbarcare il lunario e pagare il mutuo trentennale che vi siete fatte per comprare la casa (su cui oltretutto dovete pagare l’IMU ed una sfilza interminabile di altri balzelli dai nomi ridicoli, ma dagli effetti devastanti sul vostro conto corrente)?

Vorreste, finalmente, un serio programma didattico, strutturato fin dalle scuole dell’obbligo, per educare davvero alla parità ed al rispetto di entrambi i sessi, perché sennò col cavolo che i retaggi di cui discorre l’onorevole Ferrante saranno superati?

Ma – signore mie – tutte queste cose costano!

E in Italia, ormai dovreste averlo capito, i soldi non ci sono. O, meglio: ci sono, ma servono ad altro. Servono per mantenere adeguatamente generazioni di politicanti maldestri e disonesti, ma straordinariamente longevi (e non vorrete mica buttarli tutti in strada, così, a quell’età?).

Servono per mastodontiche opere pubbliche di cui nessuno ha necessità e che mai verranno portate a compimento (ma queste imprese che vivono di appalti – e tangenti – dovranno pur continuare a lavorare, o no?).

Servono per organizzare elezioni con cadenza pressoché annuale (tra politiche, europee ed amministrative), i cui esiti non servono a nulla, ma proprio a nulla perché, tanto, via uno sotto un altro esattamente uguale a quello che se n’è andato (ma non vorrete mica privare il popolo italiano dell’esercizio del diritto di voto, primo baluardo costituzionale della democrazia repubblicana che tanto ci è costata?).

Capite bene anche voi, dunque, che ci sono altre esigenze, altre priorità, che in un paese civile come il nostro non si possono mica ignorare così, in nome dei bei principi come la famiglia, la parità e via discorrendo.

Sì, insomma, le riforme per le donne, i figli, le famiglie si possono anche fare. Purché siano a costo zero.

Se poi queste leggi non servono a nulla (se non a dar momentaneo lustro ai politici che hanno pure perso tempo a ragionarci su), se non risolvono i vostri problemi, se non vi danno alcun aiuto concreto e tangibile, beh, sono dettagli. D’altronde è come quando si va a fare la spesa: si sa che le super offerte ‘prendi tre paghi uno’, sono sempre una fregatura, ma è ovvio che sia così. Lo sapete bene anche voi. E’ la legge del mercato, dove tutto ha un costo e quel che non ha un costo non vale nulla.

Accontentatevi, dunque!

Come dite, ancora? Che quando nasce vostro figlio – più che per la scelta del cognome – siete preoccupate di sapere se riuscirà ad avere un futuro dignitoso in un paese dignitoso?

Eh sì, va béh, ma allora ditelo … ditelo che volete la luna!

Caro Buon Dio, ma davvero convivere è peggio che uccidere?

Caro Buon Dio,

non avertene a male, ma ultimamente ho come l’impressione che alcuni dei Tuoi delegati in terra non Ti stiano rendendo un gran servigio, perché – più che prendersi cura del Tuo gregge – mi pare lo disorientino. O quanto meno disorientano me.

No, no, non sto parlando del Cardinal Bertone e del suo super-attico: su di lui ho molte certezze e nessun dubbio.

Mi riferisco, invece, ad altri Tuoi pastori che, apparentemente, paiono anche dei buoni cristiani, affidabili, sinceramente fedeli, di quelli insomma che ti sentiresti di seguire. Solo che, tutto d’un colpo, se ne escono con delle affermazioni che hanno sul povero gregge lo stesso effetto di una tegola sulla testa. E, allora, tu rimani così, tra lo stordito e l’incredulo, è ti chiedi “Ma sarà mica questa la mia fede, vero?” Continua a leggere