Oggi, sedici anni fa, scoprivo che sarei diventata mamma.

Nonostante fossi sposata già da due anni, non me l’aspettavo, era la cosa più lontana dai miei progetti che si potesse immaginare. Avevo grandi idee e un piano abbastanza preciso di quel che volevo. E un figlio non rientrava in quel programma, almeno per un po’. Volevo fare il magistrato, avevo lasciato il mio lavoro di avvocato per dedicarmi solo allo studio: il concorso esterno in associazione mafiosa era, per l’esattezza, l’argomento di quel giorno.

Un paio di mesi prima il ginecologo mi aveva detto che avrei avuto qualche difficoltà a restare incinta per via di qualche capriccio ormonale. Avevo pianto per un giorno intero, poi mi ero detta “Ma lo voglio un figlio ora? No. Dunque ci penserò quando arriverà il momento”. Questione archiviata.

Così quel giorno feci il test di gravidanza quasi per scherzo, solo per prevenire quello che di certo il ginecologo mi avrebbe detto di fare se lo avessi chiamato.

Era ora di pranzo. Avevo messo sul fuoco una pentola d’acqua per farmi una pastasciutta e, per ingannare l’attesa, decisi di fare il test (che, per la verità, avevo comprato la mattina, ma che avevo lasciato giacere in borsa, perché prima volevo finire di studiare).

Ero tranquilla. Eppure, nei due minuti che servirono per vedere l’esito, mi prese una strana inquietudine, a metà strada tra la paura e l’eccitazione della sorpresa. Ma perché, poi? Tanto, ero certa che sarebbe stato negativo.

Invece … Invece non lo era.

Ho cercato tante volte di trovare la parola adatta per descrivere quel che provai in quel momento, ma non ci sono mai riuscita. Forse perché non fu una sola, singola emozione, ma un’ondata impetuosa che mi colse impreparata, disarmata, mi travolse per immergermi nel vuoto e nel silenzio assoluto. Come se anima, cuore e mente fossero rimasti tramortiti, sospesi, immobili, davanti all’enormità di quella strisciolina rosa.

Mio marito era lontano e non volevo dirglielo per telefono. E non volevo neppure dirlo a nessun altro prima che a lui. Così, mi consegnai a quel silenzio.

L’unica cosa che riuscii a fare fu spegnere il fuoco da sotto la pentola e stendermi sul divano. Rimasi lì per due ore, paralizzata a fissare il soffitto. Incapace di formulare un pensiero, di muovermi, di concepire un abbozzo di idea.

Poi, d’improvviso, mi misi a sedere e mi dissi: “Eh no! Sono incinta. Non posso mica saltare i pasti”. E così, anche se ormai era pomeriggio inoltrato, mi sono preparata una bistecca, perché una misera pastasciutta non mi pareva abbastanza.

Credo sia stato in quell’istante, in quel preciso istante, che la mia vita è cambiata per sempre. Perché è da quel momento che – senza rendermene conto e senza alcuna consapevolezza razionale – ho cominciato a pensare, agire, scegliere, sapendo che la mia vita non era più solo mia, non era più un immenso giardino di possibilità tutte a mia disposizione.

La mia vita era diventata anche sua, di quella strisciolina rosa e lo sarebbe stata per sempre. Ed era il ‘per sempre’ più ‘per sempre’ di tutti. Perché un marito lo puoi lasciare, un lavoro lo puoi cambiare. Puoi cambiare città, nome, faccia persino.

Ma quello che si trasforma dentro di te, nel momento esatto in cui sai che avrai un figlio, non cambierà mai più. Qualunque cosa accada, tu non sarai mai più quella che eri un secondo prima di quella strisciolina rosa.

Non so cosa sarebbe stata la mia vita senza quella strisciolina e senza le altre due che l’hanno seguita e che oggi si chiamano Veronica, Riccardo e Francesco. Non so neppure se sono all’altezza del compito che mi sono assunta con loro.

Perché – a dispetto di tutte le edulcorate narrazioni di madri estasiate – avere dei figli costa una fatica cane. Ti costa rinunce, scelte non sempre facili, notti insonni e la perdita della tua libertà.

E non è che il solo fatto di essere madre ti renda tutto facile o anche solo meno faticoso, perché – sappiatelo – assieme alla strisciolina rosa, non ti viene elargito in dono alcun super potere e tu rimani pur sempre umana, con i tuoi limiti, i tuoi sogni, i tuoi desideri: il corso di tango, le nottate con le amiche a bere camomilla indagando sui misteri dell’universo, un viaggio senza meta, dove ti porta il vento.

Nonostante tutto tu continui (o, almeno, io continuo) a sognare tutto questo e a sentirne la mancanza. Solo che ad un certo punto ti svegli, magari nel mezzo della corsia del supermercato (e devi anche muoverti perché stanno per chiudere) e sai, senti – con la pancia, più che con la testa – che, ora, hai altro da fare.  ‘Altro’ che vale di più, vale tutto. ‘Altro’ che niente potrà surrogare o compensare. Hai ‘loro’ che, in un certo senso, non sono mai usciti da te, perché hanno fatto di te quella che sei oggi: una mamma.

Non sono una di quelle madri sempre col sorriso sulle labbra (ammesso che esistano) e, quasi ogni giorno, mi chiedo come riuscirò a fare tutto. Il più delle volte senza trovare risposte.

Ma una cosa so per certo: al di là di tutte le mie stanchezze, dei miei scoramenti, dei miei perpetui sensi di colpa e di inadeguatezza, nonostante tutto, non vorrei, neanche per un istante, tornare alla vita che avevo un minuto prima di quella strisciolina rosa.

Mi rendo conto che è banale. Banalissimo. Eppure è questa l’essenza ultima della mia vita. Quella strisciolina rosa.

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