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Ogni anno è la stessa storia. Poco dopo l’inizio della scuola – immancabili e puntuali come una festa comandata – arrivano loro: i pidocchi.

E così, periodicamente – assieme ai compiti per casa e ai voti delle interrogazioni – trovi in cartella l’avviso della maestra: “Si comunica che nella scuola frequentata da Vostro figlio si sono verificati dei casi di pediculosi. Si prega di verificare attentamente il capo del bambino e, nel caso vengano rivenuti parassiti o lendini, di effettuare tutti i trattamenti necessari”. E, ogni anno, è sempre peggio: i comunicati si susseguono praticamente senza soluzione di continuità.

Al che ti prende un misto di agitazione e di sconforto al pensiero che forse dovrai iniziare, per l’ennesima volta, una battaglia tanto faticosa quanto inutile e, in cuor tuo, speri che quelle amene bestiole abbiano disdegnato la testa di tuo figlio, accontentandosi di quella di qualcun altro.

Ma la speranza va verificata e così, inforchi gli occhiali, agguanti la testa del figliolo per posizionarla sotto la luce più forte che hai in casa, prendi pure la lente d’ingrandimento e guardi, guardi, guardi. Ciocca per ciocca, ciuffo per ciuffo, sotto la nuca, dietro le orecchie, sulle radici, sulle punte. Niente, non ti pare di vedere proprio niente. Per non lasciare nulla di intentato fai anche uno shampoo preventivo (che, per inciso, non previene alcunché). E poi ti concedi un sospiro di sollievo, pensando che stavolta l’hai scampata.

Illusa!

Immancabilmente, infatti, dopo un paio di giorni, noti un persistente grattarsi. Per un attimo neghi a te stessa l’evidenza dei fatti e ti dici che, magari, il piccolo ha la forfora o un tic. Arrivi anche a sperare che sia una malattia esantematica (almeno quelle, tendenzialmente, le fai una volta nella vita e poi non ci pensi più).

Ma sono illusioni che durano lo spazio di un sospiro e, subito dopo, ti devi arrendere alla dura realtà: sono loro, proprio loro: i pidocchi.

Inizia così la tua buona battaglia. Armata di schiume, lozioni, oli e pettinini a denti stretti – strettissimi – gratti, massaggi, lavi, sciacqui, e poi pettini, pettini, pettini. Il tutto mentre tuo figlio si dimena, sbuffa e piagnucola che gli fai male, che gli stai strappando i capelli e lo lascerai calvo (il che potrebbe anche essere una soluzione). Ma tu, imperterrita, prosegui senza cedere di un millimetro. Se, poi, i figli sono più d’uno, ricominci il ‘trattamento’ sugli altri e, dulcis in fundo, su te stessa naturalmente (che, tra l’altro, eri andata proprio ieri dal parrucchiere e, per una volta, avevi dei capelli decenti).

Poi, via al cambio di tutti i vestiti e della biancheria di casa (alè!): lenzuola, asciugamani, accappatoi, copridivano e tutto quello su cui i tuoi figli possano aver appoggiato testa. E, alla fine, stremata, pensi che rasarli a zero potrebbe essere una soluzione accettabile, purché la cosa non si ripeta.

Questa, più o meno, era la situazione a casa mia qualche settimana fa. Ero lì, alla fine di una giornata pesante, imbrattata di schiume e shampoo che passavo rabbiosamente il pettinino tra i capelli dei miei due figli più piccoli (la grande, con il suo chilometro e mezzo di chioma, era passata miracolosamente indenne all’invasione. Sarà che, orami, a casa non c’è mai …).

“Ma io mi domando e chiedo, bambini, com’è che, ogni due per due, vi prendete ‘sti pidocchi? Io da piccola li ho avuti una volta soltanto e per vostra nonna è stato quasi un cataclisma. Con voi invece non si finisce mai …”.

Al che Francesco (che non perde mai l’occasione per cercare di volgere a suo vantaggio le situazioni) osserva: “Secondo me, mamma, è perché ci lavi troppo. Abbiamo sempre i capelli così puliti che i pidocchi quando ci vedono, sono tutti contenti di trovare una casa così bella. Prova a farci meno docce, magari gli facciamo schifo e non vengono più”.

“No, Francesco. Escludo nella maniera più assoluta che questa sia la soluzione”.

“Ma potremmo almeno provare: non ci laviamo più e vediamo cosa succede …”.

Nel mezzo di questo delirio, Riccardo (che, dei tre, è il filosofo pensatore, quello che ha sempre bisogno di trovare il lato trascendente delle cose) era rimasto stranamente silenzioso. Non si era neppure lamentato troppo. Ad un tratto, mi guarda e mi chiede, tutto serio: “Mamma, ma secondo te perché Dio ha creato i pidocchi?”. Ecco: mi mancava la digressione spirituale …

“Non ne ho la più pallida idea, Riky”. Risposta sincera, ma evidentemente insufficiente. E quindi lui incalza: “No, mamma, pensaci. A cosa servono i pidocchi? Danno fastidio e basta, non servono a niente, non se li mangia nessuno. Perché Dio deve averli voluti? Che senso hanno in questo universo?”.

I pidocchi e l’universo: messa così, la questione assumeva un tono che andava oltre le mie capacità di comprensione e spiegazione, almeno in quel frangente. Tirare in ballo l’imperscrutabilità del disegno divino, mi pareva eccessivo. Va bene per spiegare il male, il dolore, l’orrore, l’ingiustizia del mondo. Ma farvi appello per giustificare l’esistenza di parassiti molesti mi pareva decisamente fuori luogo.

Provo a far cadere l’argomento dietro un dignitoso silenzio, impegnandomi a passare il pettinino con maggior vigore. Ma per Riccardo, all’evidenza, la questione ha una sua urgenza e, dunque, non molla (non molla mai lui, in effetti): “Ma sì, mamma. Dio non può aver fatto a caso, se ci sono i pidocchi un motivo ci sarà. Ma quale, mi chiedo io? Quale?”.

Ammetto i miei limiti: credo profondamente in Dio e credo, altrettanto profondamente, che nulla sia per caso. Ma affrontare la disinfestazione di due bambini alla fine di una giornata di lavoro e, contemporaneamente, interrogarmi sui perché del Creato va oltre le mie capacità.

E, così, con tono esausto, rispondo: “Senti Riky, davvero non lo so, non me lo spiego neppure io. Sono certa che Dio avrà avuto le sue buone ragioni, ma proprio non so immaginare quali possano essere state. Vuol dire che, quando sarai al Suo cospetto, se la cosa ti interesserà ancora, glielo chiederai direttamente, ok? Anche se, francamente, spero e credo che, allora, saranno altre le cose che avrai da dirgli. Adesso, però, finiamo di lavarci tutti e andiamo a cena”.

E con questo Riccardo – preso atto degli evidenti limiti di sua madre – si è rassegnato ad abbandonare la discussione.

Ma, alla sera, quando finalmente li avevo messi a letto, quella domanda, tanto innocente quanto impertinente nella sua banalità, mi girava per la testa.

Già, perché esistono i pidocchi? E, soprattutto, perché non riusciamo a liberarcene? In fondo, grazie alla lucida e spietata arroganza umana si sono estinte e continuano ad estinguersi specie animali meravigliose. Perché i pidocchi no?

Sia chiaro: non sono così ingenua da non comprendere che, se l’eliminazione definitiva dei pidocchi avesse un qualche tornaconto economico per qualcuno, probabilmente sarebbero stati debellati da tempo e che, al contrario, la loro persistente presenza rappresenta un indubbio business per le case farmaceutiche che ci propinano i loro (mai risolutivi) prodotti antiparassitari.

Ma, detto questo, fatto sta che Madre Natura, per qualche misteriosa ragione, ha ritenuto necessario far apparire sulla faccia della terra anche questi esserini, davanti ai quali noi umani fatichiamo a spuntarla e, il più delle volte, soccombiamo.

Già. Noi umani che andiamo sulla luna e sulle comete; che, con la nostra tecnologia, creiamo l’inimmaginabile; che – con la stessa disinvoltura – abbattiamo e ricostruiamo, creiamo armi che annientano ed embrioni per far rinascere quale che abbiamo distrutto; noi umani, che ci crediamo così immensi, non sappiamo sconfiggere … il pidocchio.

Non posso entrare nella mente di Dio e, quand’anche ci riuscissi, sarebbero altre le cose che vorrei comprendere. Ma forse, figlio mio, una possibile risposta potrebbe essere questa (o anche questa): il pidocchio esiste – e resiste – per ricordarci che basta un niente per sovvertire i nostri piani, che possiamo tutto e, nel contempo, non possiamo nulla. Tanto che basta un insetto, piccolo, minuscolo, insignificante e, all’apparenza, perfettamente inutile, per fermare la nostra corsa (quanto meno per il tempo necessario a togliercelo dai capelli. E garantisco che non è poco).

Ecco, dunque, qual è la lezione che possiamo imparare dal pidocchio, caro il mio Riccardo: l’umiltà.

Ed ecco, forse, perché il Padreterno ce li manda sempre più spesso.

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