Lasciatemi spendere due parole a margine delle improbabili campagne pro fertilità della Ministra Lorenzin e dell’hastag #vorreimanonparto lanciato da La Stampa (nell’intento di raccogliere tutte le possibili obiezioni alle infelici iniziative della stessa Ministra, forse sperando che, prima o poi la smetterà).

Io sono una, invece, che è partita lungo la strada accidentata della maternità non una, non due, bensì tre volte, facendo una libera professione e con un marito spesso assente per lavoro.

E, così, oggi ho tre figli che sono il mio più grande traguardo (quello che ha il potere di riportare sempre in attivo il bilancio della mia vita).

Ma ho pagato e pago ancor oggi un prezzo altissimo.

Lo pago senza recriminazioni, né rimpianti. Ma ciò non toglie che costi una fatica enorme.

E non parlo delle ore di sonno perdute, delle occasioni di lavoro lasciate, delle cifre mirabolanti spese in asili e baby-sitter, della vita sociale ridotta allo zero assoluto. Questo è niente. Questo lo puoi anche accettare (anzi: lo devi accettare), consapevole che ogni scelta richiede delle rinunce e che la scelta che hai fatto vale di più.

No, no. Il vero prezzo è un altro.

È l’invisibilità della tua fatica, della tua stanchezza, delle tue rinunce.

È la mancanza di ogni considerazione per il lavoro che, come madre, fai ogni giorno e che non è sempre esaltante, ma il più delle volte snervante.

Consoli piagnistei, argini capricci, medichi sbucciature e curi malesseri di origine oscura (“ho mal di pancia, ma non proprio alla pancia … un po’ anche all’orecchio”).

Cerchi di essere presente a scuola, alle festine dei compagni, al catechismo, agli scout e alle altre attività sportivo-ludico-ricreative (che ricreano tutto tranne il tuo spirito). Pulisci lì dove hai appena pulito perché qualcuno non si è accorto di avere le scarpe coperte di fango. Combatti contro eserciti di pidocchi che puntualmente si affezionano alle teste dei tuoi figli. Ripeti allo sfinimento tabelline, verbi, poesie, regole di grammatica, matematica, geometria.

Cerchi di gestire telefonate di lavoro in mezzo a bambini che urlano e si picchiano. Vedi clienti defilarsi perché non è accettabile che tu neghi un appuntamento solo perché tuo figlio è caduto dallo scivolo e ha un bozzo in testa grande come un melone (ma se invece dici che sei occupata in un importante CdA per discutere di una fusione, allora va tutto bene; allora sei una “che ha le palle”).

Corri da un negozio all’altro per procurare tutto il variegato materiale chiesto dalle maestre (fogli A4, con i buchi, a quadretti da 0,5 cm senza margine e di colore … rosa. Ma quanta fantasia hanno le maestre?).

Passi ore a cercare impossibili incastri tra gli orari tuoi, quelli della baby-sitter, dei nonni, della scuola.

Fai tutto questo e molto altro ancora. Ma, alla fine, agli occhi del mondo (o di buona parte del mondo) cosa fai?

Niente.

Il tempo passato ad occuparti dei tuoi figli? È tempo passato a far niente.

Rinunci, in tutto o in parte al tuo lavoro? Sei semplicemente una che non lavora o lavora part-time e, dunque, fa niente o poco.

Sei costretta a prenderti un giorno di ferie perché non hai nessuno a cui lasciarli? Hai fatto vacanza.

Sei stordita, ti dimentichi le cose e sei pure un po’ isterica? E che cavolo! Che cosa avrai fatto mai? In fondo sei stata soltanto a casa con i bambini.

In sintesi: diventi invisibile, la tua stanchezza, i tuoi sacrifici, le tue rinunce non hanno peso, non hanno valore, non esistono.

Perché – detta brutalmente – la tua fatica vale nella misura in cui genera reddito. E siccome a far la madre non guadagni un centesimo, non fai carriera e nessuno ti riconosce una promozione, allora è ovvio che quel lavoro non vale niente. Non ha pregio economico e, dunque, neppure sociale.

E poco importa se, con il tuo lavoro di madre, cerchi di tirar su dei figli normali (non geni; normali è più che sufficiente), emotivamente stabili e socialmente adattati, che un domani possano essere una risorsa e non un peso per la collettività. Poco importa se questo lavoro viene necessariamente prima di quello degli insegnanti, dei medici, degli avvocati, dei politici, per il semplice fatto che, se non ci fossero bambini che domani saranno adulti, tutti questi signori starebbero a girarsi i pollici.

Tutto questo non è immediatamente monetizzabile, dunque, non conta. E’ niente, appunto.

Ecco, questo è il prezzo davvero ingiusto della maternità. Quello che nessuna di noi dovrebbe mai più pagare.

Cara Ministra Lorenzin, dica la verità, a questo ha mai pensato?

P.S. Qualche papà potrebbe risentirsi e dire “E il valore del nostro lavoro di padri, allora?”. Vero: il padre ha un ruolo essenziale ed insostituibile e il suo esserci conta, eccome. Le donne della mia generazione sono fortunate perché i padri di oggi non sono come lo sono stati i nostri. Ma resta il fatto che, ancor oggi, è assai raro che un uomo debba rinunciare alla sua carriera (e dunque al suo riconoscimento sociale) per il solo fatto di esser padre e, soprattutto, gli uomini che si occupano attivamente dei figli sono spesso elogiati e portati d’esempio. Una madre no. É scontato che lei si occupi dei suoi figli. Talmente scontato che diventa … niente.

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