È stata una giornata balorda questa.

Mi sono svegliata all’alba, quasi di soprassalto, come accade nei giorni importanti. E l’unico pensiero, l’unica immagine che occupava tutto lo spazio dentro di me eri tu. Tu che sei così lontana, dall’altra parte dell’oceano. E per la prima volta da quando sei partita mi sono sentita monca, zoppa e terribilmente incompleta.

Sono rimasta sotto le coperte, in uno strano dormiveglia, consapevole di non avere alcuna valida ragione per alzarmi così presto, eppure incapace (forse per la prima volta in vita mia) di godermi la placida pigrizia del sabato mattina.

Non era possibile rimanere lì come se fosse un giorno qualunque perché oggi non è un giorno qualunque.

Oggi compi diciotto anni.

Eppure non c’era nulla che io potessi fare per te. Non avevo festeggiamenti da organizzare, pacchetti da farti aprire, baci e abbracci da regalarti.

Sono rimasta lì sotto le coperte, cercando di trovare parole che potessero raccontare quello strano miscuglio di gioia e tristezza. Ma non le ho trovate. E ho finto con me stessa di dormire ancora un po’.

Poi ho cercato di tenermi sufficientemente occupata tutto il giorno. Ho preparato zaini e zainetti per le uscite scout dei tuoi fratelli (oggi c’è il San Giorgio e domani la Caccia di Primavera, ricordi?), sono andata alla riunione di catechismo per la Prima Comunione di Francesco e dopo ancora a vendere piante fiorite per la Croce Rossa, fino a sera.

Ma quel grumo di malinconia, incapace di tradursi in parole, è sempre venuto con me e con silenziosa discrezione, senza dare troppo nell’occhio, mi ha seguito ovunque.

Ho parlato con tanta gente per tutto il giorno e ho dato la mia sincera attenzione a tutti quelli con cui ho avuto a che fare (ho venduto pure un sacco di piantine!).

Ma era come se avessi inserito il pilota automatico, perché in realtà io sono sempre stata altrove.

Nella mia mente scorrevano ininterrottamente immagini, si rincorrevano ricordi, si mescolavano emozioni, E io stavo lì tranquilla a guardare, come se fosse l’esclusiva proiezione di un film che andava sullo schermo solo per me.

Io che tenevo in braccio un frugoletto rosa, di neppure tre chili, con il terrore che si rompesse da un momento all’altro.

Io che ti portavo in macchina per la prima volta, quando avevi poco più di dieci giorni, e dopo aver fatto il tragitto da via del Galletto a piazza Vittoria alla mirabolante velocità di trenta all’ora, sono scesa dall’auto sudata fradicia ed esausta, come se avessi corso la maratona di New York.

Il giorno della tua prima vaccinazione, a luglio inoltrato, quando mi misi a discutere con l’addetto del parcheggio perché doveva per forza trovarmi un posto all’ombra, essendo assolutamente da escludere che, al ritorno dopo aver fatto il vaccino, tu potessi esser caricata in una macchina rovente (per inciso: lo fece).

Tu che al parco giochi salivi sulla scaletta dello scivolo, ti fermavi in cima, guardavi giù e stavi lì ferma, creando dietro di te una coda di bambini frementi e furenti; poi ti voltavi, riscendevi dalla scaletta e scuotendo la testolina riccioluta dicevi: “No mamma, è toppo alto, io tonno giù”.

La scelta della prima divisa dell’asilo, con la cara suor Gemma Rosa che mi consigliava su taglie e colori: “Quella blu e rossa è certo la più bella, ma guardi anche quella gialla, com’è allegra. Quella verde no, in effetti, è un po’ cupa … E comunque meglio una taglia M perché, signora cara, vedrà come crescono in fretta”. E io lì tutta concentrata nell’ardua scelta di felpe e pantaloncini come se fosse il tuo corredo nuziale.

Il primo giorno di scuola con il grembiulino bianco dai bordi rosa e la cartella delle Winx e la maestra Erica che vi raccoglieva come una chioccia.

Il primo saggio di danza, in cui facevi la parte della margheritina addormentata e l’hai fatta così bene che ti sei quasi addormentata sul serio e mentre le altre già danzavano tu eri ancora lì a terra con la testolina tra le gambe.

La dura presa d’atto che, al mondo, esiste anche la matematica e – sì – dovevi per forza impararla anche tu.

La mattina della partenza per il tuo primo campo scout, quando volevo salire per aiutarti a vestirti e, invece, tu sei scesa tutta pronta e mi hai detto: “Non serve”. E io sono rimasta lì, un po’ attonita, a guardarti, chiedendomi quante altre cose di me, da lì in avanti, non ti sarebbero servite più.

La vigilia del tuo primo giorno di scuola media, quando nel prepararti i vestiti mi ritrovai, non so come, a piangere di nascosto, con la terribile sensazione che ormai … ti avevo perduta.

Io e te in macchina a ripetere “Il cinque maggio”, andando dal dentista. Tu a piangere perché non ce l’avresti fatta mai e io a dirti che “chi molla è perduto” (e, a ripensarci ora, credo che tu quella lezione davvero non l’abbia dimenticata più).

Io e te a districarsi tra le declinazioni del tedesco, il suono dell’Umlaut (perché non si dice “fur” ma “für”!) e, poi, il divenire di Eraclito e l’iperuranio di Platone.

Io e te … lungo diciotto anni di vita, passati un po’ a ridere, un po’ a piangere, un po’ a litigare, ma sempre in piedi, come due indomiti soldatini apparentemente fragili, sicuramente confusionari e poco inclini all’organizzazione, eppure straordinariamente resistenti.

Ecco, questo è il film che ho guardato per tutto il giorno, in silenzio e senza che il mondo se ne accorgesse.

E solo ora che, finalmente, tutti sono andati a dormire io sono riuscita a trovare le parole per raccontartelo.

Perché io, a dispetto delle apparenze, sono così: riesco a far fluire le emozioni solo scrivendo, dopo esser rimasta a lungo da sola e in silenzio.

Il silenzio e la solitudine mi sono essenziali, come l’acqua e l’aria, perché solo così riesco a metter ordine nei pensieri, senza ragionarci su, ma semplicemente lasciandoli scorrere e guardandoli nella loro essenza, esattamente così come si presentano.

Probabilmente, a questo punto, potresti aspettarti che, a chiusura di queste sconnesse riflessioni sui tuoi diciotto anni, io debba darti qualche saggio e lungimirante consiglio di vita, qualche profonda verità su come districarsi nel mondo degli adulti.

Ebbene, ti deluderò.

Non ti elargirò consigli e verità, né ti svelerò segreti per il semplice motivo che, io per prima, non ne ho e ancor oggi, ho più dubbi certezze.

Per carità, un’idea me la sono pur fatta in cinquantun anni di transito in questo mondo.

Ma mi sento ancora in cammino, come un’eterna tirocinante lungo il precorso della Vita.

Ho ancora molto da imparare e, forse, il segreto sta proprio qui: la Vita non ha traguardi fissi e inespugnabili e non si arriva mai al giorno del ‘diploma’, ma è un percorso a tappe, sempre soggette a revisione e modifica. E’ un continuo cammino lungo sentieri spesso tortuosi e assai diversi da quelli che avevamo pensato noi. E la sfida è percorrerli comunque. A volte ridendo, a volte imprecando, a volte con paura, a volte con rabbia, ma sempre un passo dopo l’altro, senza arrendersi mai. Senza mai cedere all’illusione di essere arrivati.

La Vita non è fatta per essere compresa, spiegata, sezionata ed esaminata. Non è uno sterile esercizio di ragione e volontà.

La Vita è fatta per essere semplicemente vissuta, così come viene, così come si presenta anche se non è quella che ti aspettavi tu, ma con la consapevolezza – e questa sì è una delle poche certezze che ho – che tutto ha il suo senso, che tutto volge verso un fine che va oltre noi, anche se, il più delle volte, a noi sfugge.

Nulla – proprio nulla – avviene per caso. E tutto – proprio tutto – volge comunque al tuo bene, anche quando a te non sembra, anche quando tutto sembra crollarti addosso, anche quando tutto sembra privo di senso.

Ecco, questa è forse l’unica lezione che, nei miei cinquantun anni, ho appreso ed è l’unica che mi sento di darti con la serena convinzione che sia veritiera.

Non credere mai a chi vuol farti credere che sei solo corpo ed intelletto. Tu sei molto di più. Tu hai molto di più. Hai dentro di te una scintilla di Eterna Saggezza che saprà sempre condurti là dove è meglio per te. E lo farà, sia che tu la assecondi o che le opponga resistenza. Solo, in questo caso, ti farà fare più fatica.

Ma ti porterà esattamente là dove tu devi arrivare, stanne certa.

Dove? Questo non lo so io e non lo sa nessuno ed è per questo che credo che ogni consiglio di vita sarebbe solo un esercizio di imperdonabile e sciocca presunzione. Ed è ancor per questo che ti suggerisco di diffidare da ogni guru, da ogni rivenditore di segreti e di sogni che tu possa incontrare.

Nessuno potrà rispondere alle domande al posto tuo. Nessuno potrà darti soluzioni preconfezionate, nessuno avrà il potere magico di indicarti la strada infallibile e giusta per ogni occasione e nessuno potrà preservarti dallo sbagliare.

Tutti sbagliamo prima o poi. Lo farai anche tu. E anche tu, come tutti, dovrai imparare a perdonare gli altri e te stessa, perché la sola perfezione umanamente raggiungibile è quella di chi accetta la propria imperfezione.

Tutto quel che devi fare è vivere intensamente ogni attimo, bello o brutto che sia. Ed ascoltare, con spietata e lucida onestà, quella voce dentro di te che sempre saprà come e dove condurti.

Ma, vedi, quella voce non urla e non declama. Semplicemente sussurra.

Sta a te affinare l’udito e imparare a far tacere lo strepito del mondo che ti strattona e ti confonde e ti fa credere che esista un traguardo, una vittoria con un trofeo e che il tuo successo si misuri in ‘avere’ invece che in ‘essere’.

Sta a te, solo a te piccola mia, imparare a coltivare il tuo silenzio e scoprire chi sei davvero.

Ecco, ho finito.

Qui ormai sono le tre di notte passate. Ma da te è ancora il giorno del tuo compleanno e, quindi, sono ancora in tempo (sempre all’ultimo, ma pur sempre in tempo).

Tanti auguri chicca mia e benvenuta nel modo dei ‘grandi’!

La tua mamma.

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